Come si sviluppa il cervello di un bambino

Sulla rivista americana Time è usci­to con questo titolo uno studio annunciato da un’efficace co­pertina e firmato da J. Madaleine Nash, sulle meraviglie dello sviluppo cerebrale, non solo nei primi due anni di vita, ma già nel periodo prenatale.

Cose in parte già note ma che qui, grazie alla più recenti scoperte uscite dai laboratori delle neuroscienze, ricevono una clamoro­sa conferma e suscitano ulteriore riguardo alla delicatezza e al­la permeabilità della mente infantile. E questo non per sollecita­re ulteriormente, sottoponendo il bambino a stimoli programma­ti e a senso unico, ma per riflettere in modo ben più approfon­dito sulla complessità e sulla capacità ricettiva che ogni bambi­no manifesta e di conseguenza provocare nel sociale quei cambiamenti che sono indispensabili per gli individui che si incam­minano nel Terzo Millennio.

Finora l’accento è stato posto soprattutto sugli apprendimenti cognitivi, sulle abilità di risposta, ora le nuove ricerche ribadi­scono quanto sia rischioso separare tutto ciò da una relazione calda e rassicurante con gli adulti di riferimento, in primo luogo i genitori.
Il cervello non è un computer, dice l’articolista, un concetto im­portante che sgombra il campo da concezioni meccanicistiche, dall’idea dell’uomo-macchina cui anche molti settori della medi­cina sembrano volersi riferire.

Quella meraviglia che è l’essere umano è con tutta evidenza il pro­dotto tra patrimonio genetico e realtà circostante, nel senso che geni e ambiente – a partire dalla situazione nel corpo materno – interagiscono in una miriade di modi che corrisponde più a me­tamorfosi – simile in certo senso ai fenomeni che si osservano negli insetti o negli anfibi – che non a un semplice accrescimento e adattamento.

L’architetto che guida il cervello è l’esperienza e questo signifi­ca alimenti, aria che si respira, ma anche situazione emotiva, strettamente connessa a vissuti sensoriali quali suoni e voci, luci e colori. Geni e ambiente vitale interagiscono non in senso competitivo, ma conducendo insieme una “danza” che comincia circa alla 3a settimana di gestazione, quando i geni guidano i neuroni nelle loro migrazioni nel minuscolo corpo in formazione. E questo la dice lunga circa l’unicità di ogni essere umano: i replicanti esistono solo come prodotti della cibernetica o nelle spe­rimentazioni biologiche (vedi le recentissime notizie, allarmanti sot­to il profilo bioetico, sulle pecore), ma non certo nella straordinaria varietà quale risulta dai patrimoni materno e paterno che si fon­dono e si modellano intrecciandosi intimamente con i vissuti am­bientali, nei primi*tempi e anni di ogni esistenza umana.

Addirittura si è accertato che le deprivazioni – di qualsiasi natu­ra esse siano – riducono la massa cerebrale nel senso che la sinapsi deboli o superflue si distruggono automaticamente già pri­ma della nascita, senza contare il danno a volte irreversibile che viene dal saltare o dal l’ignorare i tempi dello sviluppo, quei pe­riodi sensitivi o sensibili – termine usato dal biologo De Vries e sul­la sua scia, adottato per il bambino, dalla Montessori già negli an­ni Venti. Chiamati oggi anche “finestre di opportunità”, si confermano essere situazioni non rinviabili di formazione, di matura­zione e di accrescimento.

Ma c’è un altro aspetto: non solo il bambino è ricettivo al massi­mo, ma a suo modo conduce le esperienze e comunica in mo­do preciso con i genitori che sono i suoi primi e più importanti in­segnanti. Di qui è inevitabile, dice il Time, una riflessione sui ser­vizi per la prima infanzia, si fatto che avere buoni nidi, nel sen­so di raffinata qualità educativa sul piano delle relazioni umane e degli oggetti esplorativi messi a disposizione dei più piccoli, non è un lusso, ma diventa prioritario scelta politica essenziale per le nuove generazioni.

Se è più difficile intervenire prima della nascita, moltissimo si può fare dopo. Non occorre – dice la Nash – comprare giocatto­li bianchi e neri o fare esercizi di linguaggio: cure amorevoli ver­so il bambino che sempre si accompagnano a tenere espressioni vocali e all’oggetto visivo più amato – il viso della madre o del pa­dre – sono sufficienti agli inizi. Ma che accade al bambino che passa per tante mani, che viene condotto fin dai primi mesi in un Nido in cui si teorizza come essenziale il fatto che ogni giorno ab­bia a che fare con una diversa educatrice e non abbia quindi nemmeno una persona di riferimento?

E quando crescono e si fanno più indipendenti, non per questo hanno meno bisogno della presenza affettuosa e vigile degli adulti ed è allora il fare cose insieme, come ad esempio guardare insieme libri, ascoltare storie sulle ginocchia dei genitori, attività che risponde al bisogno profondo di imparare sentendosi al si­curo, nel calore di una domanda-risposta non meccanica, ma in primo luogo affettiva.

Gli americani che volessero far tesoro di una soltanto di queste eccitanti scoperte, scrive Hillary Clinton a conclusione dello stesso servizio, potrebbero trovare nella lettura ai loro bambini il mo­do più semplice per aiutarli, a prescindere dal proprio stato sociale ed economico. Di conseguenza l’ex signora della Casa Bianca si augura che i li­bri per l’infanzia siano i più accessibili come costo nelle librerie, che si trovino nelle biblioteche, messi facilmente, e in ogni oc­casione, a disposizione dei bambini e dei loro genitori, nelle si­tuazioni più diverse, quale mezzo prioritario per creare frequen­ti e spontanee occasioni di incontro e di ascolto.

Nel corso di questo secolo è stato detto nei modi più diversi – e oggi clamorosamente confermato – che gli “anni magici”, i primi tre della vita umana, sono quelli fondamentali: vogliamo final­mente lavorare perché non avvenga più il loro continuo e mo­struoso spreco?

Grazia Honegger Fresco

Tratto da Il Quaderno Montessori

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