Accade sempre più spesso che, nella complessa ricerca di una qualsiasi fonte di guadagno, ci siano persone che si improvvisano educatori con la vecchia idea che “tanto con i bambini, basta poco”; “più son piccoli, meno fatica fai a intrattenerli”. In fondo, mi ha detto poco tempo fa un’educatrice, con un’aria tra Io spiritoso e il supponente: “Bastano quattro scemate.per farli star buoni”.
All’opposto ci sono quelli che, forti di una loro “preparazione didattica”, si sentono frustati se devono occuparsi di piccini che ancora non parlano ed esaltano al massimo l’organizzare i bambini in gruppi, in attività, in laboratori, di qualsiasi natura essi siano.
Gli uni non riconoscono le potenzialità e le capacita infantili, gli altri sono convinti che i bambini non crescano se non ricevono proposte, cognizioni, modelli dagli adulti.
Entrambi considerano in pratica il bambino della prima infanzia come un essere vuoto, una bambola che “dove metti, sta” o un individuo da addestrare perché diventi “grande” il più presto possibile.
Su questi diffusi modi di vedere occorre riflettere criticamente, perché e facile aderirvi diventando – anche con la migliore buona volontà – distratti intrattenitori o manipolatori anziché aiutare i bambini a esprimere le proprie ricchezze interne, le invenzioni, il modo di giocare, di stare con gli altri con sfumature personalissime.
Fin dal primo anno di vita i bambini si manifestano come persone sensibili e intelligenti: se cosi non ci sembra, è perché siamo ciechi alle loro reazioni. Chi vuole occuparsi di servizi per la fascia 0-6 anni deve in primo luogo acquistare una raffinata capacità di lettura di piccoli gesti ripetuti, di sguardi, di comportamenti era prorompenti era depressi, ma al tempo stesso un grande autocontrollo per guardare prima o invece di intervenire, per non fermare un’attività liberamente scelta.
I bambini hanno bisogno prima di tutto di sentirsi riconosciuti, valutati, non ingannati, non presi in giro, non umiliati come “piccoli”, né trattati come “incapaci”. Ad ogni livello di età sono attivi e sanno fare molte cose, persino quando sono nello stato di dipendenza e di poca mobilità dei primi mesi.
Lorenzo di undici mesi va in giro a gattoni: trova una scatola vuota, di quelle da sei uova, l’appoggia su uno sgabello e cerca ripetutamente di chiuderla (ogni volta la parte superiore salta su); si ferma su quel tentativo venti minuti filati; alia madre sembra cosa di poco conto, Io prende in braccio, interrompendo il suo “lavoro”. Il bambino piange. “Ma su, adesso basta, non vuoi bene alia mamma?”. Il bambino guarda la scatola, si divincola, ma la madre non lo lascia andare. Raccoglie la scatola e gliela dà. Il bambino la prende e tenta di ricominciare la sua esplorazione, ma la scatola, tenuta in mano, non funziona come prima. Il bambino è disorientato, perde interesse a ciò che stava facendo, lascia cadere la scatola, si mette il dito in bocca e si abbandona contro il petto della madre che appare visibilmente soddisfatta dell’esito: il bambino è tomato a lei!
Con i più grandicelli siamo tentati dal copiare in modo acritico il modello scolastico che è quello di farsi un programma e di calarlo sulla testa dei bambini, senza chiederci a fondo chi essi siano, che cosa desiderino, di che cosa abbiano bisogno. Ci comportiamo da insegnanti, non da educatori.
Ci interessano i risultati (che in ultima analisi dimostrerebbero che siamo “bravi”) e trascuriamo di fidarci delle iniziative dei bambini. II fatto poi che così agisca la maggioranza, non avvalora di per sé la bontà del sistema. E’ solo la prova di un diffuso conformismo.
Bruno Munari, grande come artista e come educatore, a chi gli chiedeva il segreto per riuscire sernpre a provocare la creatività infantile, rispondeva: “Si tratta di aiutare i bambini nel come si fa e nel non dire loro che cosa si fa“.
Mirko di cinque anni che a casa ha mille giocattoli inutili, mostri e pupazzi trasformabili, il video sempre a portata di mano e una “tata” che gli fa scrivere le lettere e i numeri, a scuola si comporta come un asociale nel senso che invade il continuo il gioco degli altri, è aggressivo verso i più piccoli e non si ferma su nessuna attività, pur utilizzando un linguaggio molto brillante ed evoluto.
La maestra, dopo averlo osservato a lungo, ha preparato tre diverse proposte su cui la sua attenzione potrebbe agganciarsi su un tavolino, una vaschetta con sabbia abbondante e una raccolta di animaletti in plastica; su un tappeto a terra, un cesto con blocchi di legno naturale piuttosto grossi (ritagli di falegnameria), su un altro tavolo, una ciotola con la creta, coperta da un panno umido.
Subito i compagni adoperano ora l’una, ora I’altra delle attività esposte, mentre lui gira interno incuriosito e sospettoso insieme.
Dopo alcuni giorni comincia a fermarsi alla vaschetta della sabbia. Quanto alia creta, in principio, non vuole toccarla, ma poi ne è conquistato e ci lavora a lungo. Mirko è un “capopopolo” che attira attorno a sé altri bambini, ma ora la maestra protegge le sue scelte dall’invasività di altri, dicendo loro che potranno usare gli stessi oggetti, non appena egli avrà finito.
Su questo tipo di intervento, una collega avanza le sue critiche: “Perché impedirgli di entrare nel gioco di un altro, se questi non respinge i compagni; anzi?!”. La maestra tiene duro: Mirko ha bisogno di fermare la propria attenzione, di provare piacere a fare qualcosa da solo, senza contorno di parole, di approvazioni e soprattutto di distrazioni.
Rispettato, scoprirai più facilmente come non interrompere il gioco degli altri. Come Mirko anche altri bambini non si limitano a “entrare” nel gioco dell’altro: in poco tempo si impossessano degli oggetti e del posto del compagno e finiscono per escluderlo. Altri, poco attivi e in difficoltà a scegliere un gioco in modo autonomo, si mettono al tavolo o sul tappeto di un altro, non per “fare insieme”, ma per parlare a ruota libera bloccando il compagno.
Sono di fatto atteggiamenti aggressivi, che interferiscono, rompono la concentrazione individuale, impediscono la prosecuzione spontanea del gioco e la sua naturale conclusione.
La socializzazione è altro: è la capacità di agire uno accanto all’altro o insieme senza sopraffarsi, né distruggere I’attività di alcuno ed essa non si realizza se prima ogni bambino non ha conquistato per sé il piacere di agire nella calma.
Quindi si dà una piccola regola: non disturbare il gioco di un altro bambino (diverso è: cominciare insieme qualcosa!). Se si dà una norma semplice e chiara e si aiutano i bambini – senza interventi repressivi, ma con gentilezza – a osservarla, ben presto si nota una maggiore calma e il nascere dell’attività, anche in bambini che in principio non facevano nulla.
La proposta indiretta evitiamo di dire: “Adesso fai questo gioco”; se può scegliere da sé gli strumenti del suo esplorare, il bambino che non sia uno stato confuso di disordine, “sa” dal proprio interno che cosa gli convenga (mentre nessun altro dall’esterno può saperlo!). Libertà di scelta insieme alla chiarezza dei limiti, I’attenzione ai bisogni profondi inespressi, la durata del gioco non dettata dall’adulto, sono i criteri migliori per creare un buon clima in un’istituzione che accolga bambini, sia esso nido o ludoteca, scuola infantile o reparto pediatrico.
Quindi la scelta che I’adulto fa dei giochi e il modo con cui li dispone su bassi scaffali, ad altezza trai 50 e i 70 cm. (a livello di occhi e di mani), non possono essere casuali, “tanto per passare il tempo”: per un piccolino ogni momento di vita è costruzione di nuove abilità o conferma di quelle già acquisite.
Altro criterio: non eccediamo in cose colorate, troppo definite nei particolari.
Un educatore ha preparato alcune cassette basse ben levigate e lasciate in legno naturale, una fornita di sportello, un’altra con due fori sopra e uno sul davanti, una terza ha due ripiani: una cucina? un fornello? una lavatrice? Chissà! Ha preferito spendere dal falegname piuttosto che comprare su catalogo una stufa in plastica coloratissima, già pronta in tutti i particolari, inutile per vere attività di cucina. L’osservazione dei bambini gli dà ragione: dietro Io sportello i piccoli mettono ora animali, ora pezzi di costruzioni; i buchi sollecitano il gioco del “metti dentro e tira fuori” o “nascondi e ritrova”; i ripiani del terzo armadietto diventano una specie di letto a castello per le bambole oppure, a seconda di chi gioca, un posto in cui assiepare i pentolini.
Dunque i bambini piccoli, creativi e originali nell’uso dell’ambiente, trovano le loro soluzioni, mentre un mobilio troppo definito a priori – addirittura corredato di cibi finti in plastica – non lascia spazio al percorso immaginativo di questa età. Quando saranno più grandi, cercheranno oggetti più ricchi di particolari – vedi il successo delle case in miniatura e dei fortini – ma ora no. Facciamo un esempio: I’angolo delle bambole. Per i piccoli ne occorrono di piuttosto grandi (dimensioni Ciccio Bello), ma non troppo delineate nell’espressione: non il bambolotto che ha già la faccia atteggiata a smorfia di pianto, che chiama, piange e fa pipi. Noi adulti siamo davvero assurdi: impediamo ai piccoli tante esperienze reali e importanti (No all’acqua perché … bagna; no alla terra perché … sporca), e diamo giocattoli talmente predefiniti da non permettere in pratica di immaginare altro che quanto proposto dal fabbricante.
Quindi il gioco si esaurisce presto: è sterile, subito noioso. (Non per niente Io abbandona o Io rompe).
Pensiamo invece a un angolo, preparato come una stanza di casa, con un letto più grande (dimensioni bambino) e alcuni lettini, più grandi o più piccoli, forniti di materassi e cuscini con le relative bambole, di dimensioni e aspetto diverso, tra cui almeno una morbida, costruita in casa, piena di capoc, con gli occhi appena accennati e i capelli di lana ben fissati; in una cassetta metteremo alcune pezze o scialli o grandi fazzoletti morbidi; in un’altra, qualche lenzuolino.
Per l’adulto preparare tutto l’occorrente è un atto creativo che permette interessanti scoperte, se poi si mette a osservare con discrezione e senza entrare nel gioco dei bambini.
GRAZIA HONEGGER FRESCO
(articolo tratto da “Il Quaderno Montessori”)