Qualche tempo fa, in una trasmissione, peraltro molto interessante, condotta da Alberto Angela in merito ai primi tre anni di vita, è stata data un’immagine pesantissima del mettere al mondo, tutta nell’ottica medica, in un ambiente da sala operatoria, totalmente anaffettivo, con camici e mascherine, macchine e farmaci.
In queste condizioni come si osa parlare di parto naturale?
Nessun valore riconosciuto al neonato, alla sua capacità istintiva di mettersi in relazione con la madre. Nessun accenno alle vivaci sensibilità tattile, termica, uditiva e visiva che Io distinguono e che gli permettono un primo orientamento nel nuovo mondo; tanto meno appaiono risposte al sue estremo bisogno di delicatezza nel modo di essere spostato, lavato, vestito.
Anche alla madre è impedita qualunque espressività, qualunque emozione, qualunque possibilità di un incontro immediate – pelle a pelle – con il figlio.
Tutto questo, non solo dopo le voci (ben poco ascoltate) di Montessori, Leboyer, Odent, Braibanti e della stessa OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), ma anche malgrado le più recenti ricerche provenienti datle neuroscienze.
Numerosi settori scientifici testimoniano l’importanza di salvaguardare al massimo la naturalità del parto/nascita per favorire Io stabilirsi del prime legame tra madre e figlio,
Viceversa si fa di tutto per medicalizzare un evento naturale come il parto/ nascita, volendo assicurare il massimo di salute fisica, ma negando del tutto aspetti altrettanto importanti di tale esperienza che appartengono alia madre e al bambino.
La trasformazione delia gravidanza in un percorso a rischio, da controllare tra ecografie e continui esami – che convince molte gestanti a consegnarsi in pieno all’ospedale e al medico senza capire quale espropriazione subiscano – si accompagna alla crescita esponenziale di cesarei e all’uso indiscriminato dell’epidurale. Se la medicina non si dichiara onnipotente è però cosi che la vivono molte donne. Se poi qualcosa va male, la responsabilità non di rado viene imputata a loro stesse o così la vivono le malcapitate.
Trattare le gestanti in mode paternalistico, come bambine da prendere per mano, rientra nel solito modo di intendere la donna, atteggiamento maschilista che si osserva non di rado perfino in molte donne/medico. Esercizi di potere che negano di fatto I’esistenza nel terzo millennio di bisogni strettamente collegati alla nostra specie, che si è evoluta enormemente nei milioni di anni dalla sua prima comparsa, ma che rientra comunque nella classe dei Mammiferi.
Questo termine riporta noi tu tti a non trascurare la cura del neonato, in comune con tutti gli altri Mammiferi inferiori e superiori; una cura che consiste nel calore del corpo e delle braccia materne, nel latte, nella semioscurità dei primi giorni, al riparo da ogni attro stimolo. II clima di intimità, di silenzio, di interventi ridotti al minimo e risponde alle necessità primarie di madre e figlio, ignorate in nome della modernità, dell’efficienza, della velocità, negando quanto di naturale si possa preservare per il loro benessere psichico, pur mantenendo condizioni igieniche ottimali.
La situazione risulta ancora più limitante nel caso di bambini nati con parto cesareo – non sempre necessario, come è stateo più volte denunciato – per i quale si ritiene di dover raddoppiare gli interventi postnatali, a partire dalla separazione dei due protagonisti.
Alia base dell’inizio di ogni nuova vita, fondata sul rispetto in tutte le sue forme, c’è anche il modo di partorire che riconosce alla donna la sua femminilità e la capacità di riflettere e di sentirsi responsabile del mettere al mondo anziché subire I’arrivo del figlio come un’operazione chirurgica.
La medicina ritiene invece di peter ignorare l’origine biologica e le esigenze psicoaffettive di entrambi.
II risultato è che troppo spesso la medicalizzazione del parto/nascita corrisponde alla sua disumanizzazione. I danni non sono facilmente calcolabili.
(articolo tratto da “Il Quaderno Montessori”)