La creatività comunicativa del bambino nelle ricerche di Adriano Milani Comparetti
Ogni bambino che nasce è un individuo tutto nuovo, irripetibile nelle sue misteriose energie e spetta a noi lasciarlo espandere, dato che pretendiamo di amarlo e di saperlo curare. Viceversa un certo modo di intendere l’essere umano ha impedito – e tuttora impedisce – di leggere i messaggi motori e non-verbali del neonato con risultati di chiusura anziché di espansione.
Ci riferiamo alla teoria e alla pratica che, per spiegare il funzionamento del sistema nervoso alle origini, riducono il bambino a una sequenza prestabilita di riflessi, di risposte pressochè automatiche a determinati stimoli. È un modello teorico che ha avuto la sua importanza di studio in passato, ma che oggi è contestato da più parti. Il suo meccanicismo ostacola di fatto la lettura ricchissima dei segnali provenienti dal bambino e ne nega la variabilità da un neonato all’altro.
A chi sa vedere, i mezzi di cui dispone per comunicare sono molti: la mimica del viso, la postura, i gesti, i movimenti delle mani o delle singole dita fino alle espressioni preverbali come i pianti e i primi suoni. Ma all’interno di questa sommaria elencazione le differenze individuali sono assai significative.
Se invece consideriamo il bambino – appena nato o anche nei primi mesi – alla stregua di semplice esecutore di meccanismi riflessi, finiamo per negarne l’originalità e l’unicità.
Il bambino non è una macchina
Già nel 1980 Adriano Milani Comparetti metteva in luce come le teorie che riducono il neonato a un “portatore di riflessi”, abbiano determinato dannose conseguenze.
Lo stesso Sherrington, cui dobbiamo il fruttuoso modello teorico dell’arco riflesso, avvertiva che esso era un’improbabile anche se conveniente finzione a fini di studio. Eppure proprio l’abuso di questo modello teorico ha impedito per tanti anni di ricevere e di interpretare i più intimi e creativi messaggi dell’essere umano, specie nel bambino piccolo, prima che il linguaggio parlato ne riaffermi prepotentemente l’autonomia.
Così il neurologo è diventato lo specialista della “scatola nera”, interessato essenzialmente alla macchina-cervello come riflessologo a”input” e “output” e fatalmente destinato a dissociarsi dallo psichiatra per la negazione della persona e del rapporto.
Così è nato l’equivoco S-R (stimolo-risposta) dei comportamentisti e proprio dall’autorità dello stimolo sulla risposta è derivata tanta prevaricazione pedagogica e riabilitativa.
In altre parole, dare più valore allo stimolo – concetto e termine che hanno invaso pesantemente in questi ultimi trent’anni le scuole, i programmi ministeriali, l’editoria di ambito pedagogico e psicologico e la stampa divulgativa – significa considerare a tutti gli effetti l’adulto quale plasmatore del bambino, autorità esterna che sceglie e impone anche con “i dovuti modi”! – mentre il bambino-oggetto subisce e risponde secondo gli schernì che da lui ci si aspetta. Di qui – sottolineava Milani – le esagerazioni de/comportamentisrno e di certa pedagogia cui non sembra vero di essere “scientificamente autorizzata” ad agire sul bambino, a trattarlo come un obbediente computer.
Un modello riduttivo di educazione
Questo è “l’input” che immetto, questo “l’output” che mi aspetto da lui: una modalità che, con numerose varianti regna sovrana nelle scuole d’ogni livello, nelle sale-parto, negli asili-nido come pure in tante famiglie. Ridurre il comportamento infantile a una sequenza meccanica dì riflessi significa chiudersi la strada alla comunicazione con il bambino.
Quante volte una madre, osservando il suo neonato in stato di benessere, commenta: “Mi ha sorriso!” e subito qualcuno le dice in tono canzonatorio che si tratta di un riflesso legalo alla digestione. Dice un padre: “Sarà un caso, ma quando lo cambio io, scalcia in modo diverso, come se mi riconoscesse”. Pronto il commento ironico: “Ma che cosa vuoi che riconosca a due mesi di vita! Sarà solo un riflesso”.
Per usare ancora le parole di Milani, lo studio del comportamento motorio del bambino, del neonato ed infine l’affascinante spettacolo della motricità fetale ci hanno portato a riconoscere e a rispettare i messaggi che il bambino così generosamente ci dona.
Non si può parlare di comunicazione preverbale se non si sanno leggere questi messaggi che nell’infante (colui che non ha parola) sono essenzialmente motori.
Ritengo che alla neurologia tradizionale – ed in particolare alla riflessologia si addica in modo esemplare la metafora di R. Laing: “La rete del metodo scientifico non pesca l’oceano nel quale è gettata”, proprio perché nulla é soltanto un riflesso, nulla è soltanto una risposta. E certamente l’oceano bambino non è soltanto un groviglio di riflessi o una macchina per dare risposte.
Dalla risposta passiva alla proposta attiva
Per questa certezza è urgente spostare la nostra attenzione dallo studio delle risposte allo studio delle proposte del bambino e, dal punto di vista metodologico, abbandonare la posizione di chi dà stimoli per quella di chi “ascolta” o “legge” ì messaggi che il bambino ci invia.
I meccanismi riflessi sono la negazione stessa del messaggio che desideriamo ascoltare, della comunicazione che vogliamo promuovere e del dialogo che crea il rapporto.
Credo pertanto che i| primo nostro impegno sia il sistematico rifiuto della riflessologia e un’attenta astensione dall’uso prevaricatorio di qualsiasi stimolo, sia come mezzo diagnostico che come strumento terapeutico. Si veda il pericoloso affermarsi della cosiddetta “infant stimulation” e di tante terapie basate sulla stimolazione di risposte riflesse o, peggio, sul bombardamento dì stimoli.
Stimolo e risposta si esauriscono a vicenda, chiudendo un cerchio che rimane sul piano bidimensionale e che esclude la terza dimensione: quella della crescita e della creatività, Questa esiste solo se vi è qualche cosa di pìù che semplice S-R ed è proprio questo “in più”, questo divario fra S ed R che chiamo parametro propositivo, a permettere un dialogo costruttivo fra persone, ciascuna delle quali capace di offrire proposte dialetticamente costruttive.
Ricchezza comunicativa del neonato
Oggi finalmente si rivaluta quello che il bambino ha di proprio e di autonomo, la creatività come capacità di costruire se stesso e di agire sul mondo, la qualità propositivo come base del dialogo e del rapporto,
Le precoci competenze del sistema nervoso centrale, che la psicoanalisi aveva permesso di intravedere, sono ormai confermate dalla neurologia: oggi è accertato che la risposta – il “feedback” – è d’importanza relativa rispetto alla proposta autonoma del bambino, espressa dal suo “messaggio motorio”, ovvero il “feedforward”, indipendente, almeno in parte, dagli stimoli giunti al cervello dall’esterno.
Per la lettura di tale messaggio ha assunto particolare importanza l’interpretazione funzionale dei movimenti fetali e neonatali. Infatti i “patterns” (cioè gli schemi, i modelli) primari del comportamento motorio, prevalenti nelle fasi iniziali della vita, sono geneticamente determinati e tipici della specie umana. Si caratterizzano per il loro potere propositivo, il “feedforward” appunto, che permette loro di fungere da organizzatori nello sviluppo motori°. La straordinaria ricchezza del repertorio di tali “patterns” dimostrata dalle ricerche di Jannuriberto e di Taiani (Ospedale di Terlizzi, Bari) nei feti fra la decima e la ventesima settimana di gestazione, costituisce i| patrimonio “alfabetico” con i| quale, per successive interazioni e integrazioni, cresce dopo la nascita l’intero linguaggio motorio nel confronto con l’ambiente fisico e umano,
L’alfabeto dei movimenti come preludio alla comunicazione
L’ analisi degli schemi primari di movimento nella vita prenatale ha permesso a Milani Comparettl, dottoressa Gidoni e agli altri suoi collaboratori di risalire fino a questo primo alfabeto motorio, riconoscerlo nel feto, di seguirne l’evoluzione dopo la nascita e quindi di coglierne i significati.
Come ha scritto Freud (in Inibizione, sintomo, angoscia) c’è molta più continuità tra la vita intrauterina e la prima infanzia di quanto l’impressionante interruzione dell’atto della nascita faccia supporre. L’alfabeto della comunicazione che sarà poi dell’infante si riconosce già nel feto per mezzo degli ultrasuoni.
Dal punto di vista metodologico, se riconosciamo la non pertinenza (anzi, l’impertinenza!) della riflessologia, dobbiamo finalmente rinunciare alle manovre di diagnosi per disporci all’osservazione e all’ascolto.
Il neonato, tenero provocatore
Già T.B. Brazelton fin dal 1974 aveva messo in luce l’insospettata influenza del neonato su chi lo accudisce, sottolineando in ricerche successive (1980) come sia ricco di sfumature il suo linguaggio corporeo. A suo avviso, semplicemente osservando la mimica del piede di un bambino di tre mesi, è possibile dedurre se di fronte a lui ci sia la madre, il padre o un oggetto inanimato.
Ritengo che proprio da un approfondito e rispettoso studio delle “proposte” del bambino possa derivare la comprensione del suo messaggio, così pregnante di provocatoria creatività, così ricco di “appeal”, di attrazione relazionale.
È ancora Brazelton che parla di “cuddliness” del neonato, neologismo che viene da “cuddle”, abbraccio affettuoso, stringere al seno e che ha il significato di’ tenerezza che induce a sua volta tenerezza”.
Concludeva Milani Comparetti: È un termine intraducibile perché é ben più della passiva coccolabilità. Ha infatti un prepotente contenuto propositivo, in analogia con il concetto giapponese di “amae”, riduttivamente tradotto come “ricerca attiva dell’amore passivo”.
Capire e conoscere il bambino vuoi dire comunicare con lui e più si risale allo origini dello sviluppo, più appaiono improprie e riduttive la separazione di talune scienze tra loro e le diagnosi settoriali (neurologiche, psichiatriche, psicologiche) che non permetteranno mai la conoscenza della inscindibile unità psico-biologica del bambino.
Questa consapevolezza di globalità e di contestualità non rappresenta solo un’istanza umana ma anche, per noi medici, molto maggiore impegno sul piano della competenza tecnico-professionale e nella prospettiva della ricerca scientifica”.
A cura di Grazia Honegger Fresco