Alcune estati fa, a Cisano, un paesino sul Lago di Garda, mi è capitato di assistere a un episodio rimastomi impresso per la sua semplicità e intensità di comunicazione. Ero sul lungolago in una specie di spiaggia erbosa con molti alberi; poco lontano un papà e if suo bimbetta di circa due anni, tutti e due in costume da bagno. Il padre era seduto comodamente appoggiato a un albero, con una gamba piegata e l’altra allungata sulla coscia distesa del suo papà. A un tratto il bimbo appoggia le manine su quel petto forte, si gira rapidamente arrivando a pancia in giù con i piedini sotto la gamba piegata del padre. Punta le mani, scivola indietro passando sotto la coscia, si attacca con una mano e si tira su. Si aggrappa al ginocchio del padre e lo scavalca. Si guardano, ridono tutti e due; non hanno bisogno di dirsi nulla.
Il bambino ricomincia, si aggancia alle spalle paterne, si mette in piedi, poi in ginocchio e di nuovo, questa volta carponi, passa a marcia indietro sotto la gamba del papà, torna in avanti e gli scavalca il ventre. Si ferma un attimo, poi improvvisamente si alza in piedi e si allontana un po’ traballante per una quindicina di metri; si guarda attorno, osserva, fa un giro intorno a un albero, raccoglie qualcosa da terra. Cerca e ritrova da lontano lo sguardo del padre che ha tutta l’aria di partecipare con molto piacere e interesse a questo essere vicino-lontano del suo bambino.
Il piccolo ritorna, riprende a lungo e con alcune varianti il gioco di appoggio e di equilibrio col corpo del padre. C’è una grande comunicazione fra i due, anche se tutto ciò che l’adulto fa è mettere a disposizione il proprio corpo e ogni tanto ridere e sorridere col suo bambino. Il piccolo, poi, si alza di nuovo, si allontana per una seconda esplorazione del prato e dei suoi misteriosi oggetti, poi torna. Ad un certo punto il bambino si siede poco lontano col suo secchiello, lo riempie di sassi per poi vuotarlo con grandi gesti e molto rumore, per molte volte; il padre, intanto, riprende a leggere il giornale.
Semplice, no? Eppure raramente l’adulto è capace di questa disponibilità silenziosa, senza interventi superflui.
È interessante cercare di “leggere” il significato e il valore psicomotorio di questa breve scena, per sottolineare come momenti spontanei di comunicazione fra adulto e bambino possano contenere importanti elementi per la crescita infantile. La richiesta del bambino, anche se fatta in modo non verbale, era chiara: contatto corporeo; sguardo da lontano che permette di mantenere un legame rassicurante anche a distanza; desiderio di giuocare in modo autonomo. La risposta del papà alle iniziative del suo bambino assai esauriente: gli ha offerto quel contatto corporeo che permette di trasmettere la sicurezza tonico-muscolare di cui i piccoli hanno molto bisogno anche per avventurarsi fra cose sconosciute; gli ha dato fiducia nel permettergli di andare da solo; lo ha “sostenuto’’ con lo sguardo da lontano; infine si è adeguato ai ritmi affettivi del piccolo anche nel momento finale di giuoco autonomo e di non bisogno dell’adulto.
Il dialogo non verbale fra padre è figlio si è svolto tramite comunicazione corporea: contatto, sguardo. Per comprendere fino a che punto la relazione col bambino si stabilisca tramite il rapporto corporeo, occorre tener presente quanto egli sia capace di tale tipo di percezione, abilità particolarmente attiva da 0 a 3 anni. Nel primo anno di vita il bambino non possiede tutta una serie di competenze motorie e psichiche che si costruiranno e si stabilizzeranno gradatamente nel corso della crescita. La loro evoluzione avviene mediante una maturazione che è al tempo stesso neurologica, affettiva, psichica, motoria, e che richiede molto tempo, tanto che può considerarsi conclusa solo nel periodo dell’adolescenza.
Tuttavia, fin dalla nascita, è funzionante e utilizzabile, fra altri, un importante apparato. Mi riferisco al sistema propriocettivo, enterocettivo e interocettivo;vale a dire dell’apparato della sensibilità profonda, superficiale, dolorifica interna ed esterna, quella che dà le percezioni della fame e della sete. La sensibilità superficiale, affidata a ricettori collocati nella pelle, fa percepire il caldo-freddo, l’asciutto bagnato, il morbido-ruvido, ecc.
La sensibilità profonda, invece, funziona mediante ricettori (proprio- cettori) che si trovano all’Interno della muscolatura e delle articolazioni. L’attività dei propriocettori permette di individuare la posizione del corpo e delle sue parti, lo stato di equilibrio-squilibrio, le sensazioni di caduta, pressione, spostamento, ecc. Il bambino dunque percepisce perfettamente le proprie condizioni corporee, ma non può identificarle né difendersene. In altre parole, è in grado di sentirle, di viverle,ma può decifrarle solamente come stati di benessere- malessere.
Se, per esempio, è tenuto in braccio in maniera che i suoi ricettori corporei lo facciano sentire pienamente sostenuto, caldo e nel morbido, il bambino si sente sicuro e automaticamente si rilassa, vivendo così una condizione di piacere. Tale sicurezza, però, non si limita ad essere percepita come piacere fisico; viene tradotta in stato affettivo di calore, di sicurezza, di fiducia in un altro, in un mondo accogliente. Lo star bene corporeo viene vissuto come uno star bene emotivo, come piacere affettivo.
Così il bambino, introiettando la maggior parte delle sensazioni di sé e del mondo esterno tramite il filtro corporeo, struttura la propria personalità psicomotoria.
Su tale capacità tonico-affettiva neonatale si costituisce – è uno dei concetti base della pratica psicomotoria – quella indivisibilità corpo emozione, quella globalità psicomotoria che è particolare nel bambino e tipica comunque dell’essere umano. Mi sembra interessante sottolineare che, in tutti noi, è a quella età che si è impressa sul corpo la nostra storia psicoaffettiva. Essa resta presente in noi adulti caratterizzando ogni personalità, che si esprime comunque agli altri, a livello tonico gestuale non verbale, nonostante l’ulteriore evoluzione personale e qualsiasi volontà di censura offerta da sovrastrutture razionali. Particolarmente nel primo anno di vita, ma anche negli anni immediatamente successivi, la relazione corporea contiene un alto grado di comunicazione, mentre quella verbale avrà bisogno di molto più tempo per acquisire tutte le sue possibilità di relazione.
Non va dimenticato inoltre che nella costruzione del piacere di comunicare, come nella strutturazione dell’intera personalità, non esiste solo ciò che viene vissuto emotivamente tramite la relazione corporea, ma c’è anche tutta una trasmissione di desideri, speranze, vissuti, che passano da inconscio a inconscio adulto-bambino. Ma qui siamo in pieno campo psicoanalitico.
Torniamo all’esempio iniziale: attraverso il contatto col corpo forte e accogliente del padre, il bambino assorbiva la fiducia e la sicurezza della quale aveva bisogno per poter andare alla scoperta del mondo(1). Il suo ritornarvi più volte equivaleva a rinnovare quelle energie tonico-affettive che gli consentivano di avventurarsi in luoghi e fra oggetti sconosciuti, assicurandosi la costante presenza paterna.
Tutto questo ha dato stimolo e autonomia sufficienti per interessarsi allo spazio circostante e a una nuova attività indipendente.
Dall’esempio osservato non è possibile dedurre se il padre fosse cosciente o meno di ciò che il bambino stava vivendo. Molti genitori hanno momenti come questo, perché rispondono spontaneamente al bisogno, all’iniziativa del figlio e al proprio desiderio di essere in comunicazione con lui. D’altra parte la stessa interpretazione psicomotoria sopra descritta è sicuramente incompleta: non sempre si può capire appieno il contenuto dell’attività e del bisogno infantili.
Importante è essere disponibili alle “richieste” dei bambini senza l’ansia di voler aggiungere qualcosa, di dover insegnare, di voler sostituire le proprie “sicurezze” di adulti ai loro tentativi di crescita autonoma. Che l’abbia fatto coscientemente o no, questo adulto ha svolto in pieno il proprio ruolo di padre-educatore: ha valorizzato l’attività del figlio e, vivendola con lui quale momento di intensa comunicazione, ha contribuito alla costruzione del piacere di condividere e del piacere di conoscere.
Infatti – e questo è un altro principio base della pratica psicomotoria -ogni caratteristica emozionale della persona, ma anche ogni disposizione intellettiva, si costruiscono sulle occasioni di piacere condiviso (o – in caso negativo – sulla loro mancanza) vissute nei primi anni di vita con un altro, dove l’altro è anche l’educatore, ma soprattutto il genitore. I momenti di profonda comunicazione, trascorsi nel piacere di intendersi, di spartire un desiderio reciproco che lasci ognuno nella propria identità di adulto e di bambino, permettono al piccolo di costruirsi una personalità rassicurata, valorizzata e aperta al piacere del nuovo.
Valeria Fresco
tratto da Il Quaderno Montessori