Le profonde trasformazioni che dagli anni ’90 hanno investito ii nostro paese a livello economico, sociale, demografico hanno determinato cambiamenti significativi nei comportamenti, nelle abitudini, nei modi di vivere nei singoli individui e nelle famiglie.

Molto è stato detto e scritto sull’argomento e c’è sicuramente una consapevolezza diffusa, anche se approssimativa, di quanto si siano modificati modelli culturali e valori, ruoli e identità, nella famiglia e nella società.

Conseguenze di questo veloce mutamento, su cui molte volte e’ stata richiamata l’attenzione, sono le crescenti difficoltà dei genitori nella cura e nell’educazione dei figli. Spesso accresciute da messaggi contraddittori proprio quando le conoscenze, che oggi si hanno del bambino, pongono in rilievo l’importanza, nei primi anni di vita, di relazioni amorevoli, rispettose di ciascuno e soprattutto il ruolo fondamentale dei genitori accanto ai figli.

In aperto contrasto tuttavia si diffondono ritmi di vita e di lavoro che sottraggono sempre più tempo e spazio al ruolo genitoriale.

La richiesta di flessibilità (tipo, luogo, orario di lavoro) e di continua disponibilità al cambiamento per cogliere le “occasioni” che il mercato offre, oggi sono avanzate di continuo non solo da chi punta all’affermazione di sé nella vita professionale, ma anche da chi cerca semplicemente di sopravvivere. Diventa sempre più difficile avere tempo per sé, per gli affetti familiari, nonostante questo ci venga richiesto con insistenza. Si sostiene che sia la famiglia a dover rispondere ai bisogni dei suoi membri, specialmente se giovani, malati o anziani, ma nel contempo la si priva delle risorse (economiche e di tempo) per poterlo fare.

Pressati da nuovi e urgenti bisogni, anche tra loro in conflitto, i genitori si aspettano servizi sociali capaci di farsene carico: in pratica, quando i loro bisogni di adulti non coincidono con quelli dei bambini, chiedono aiuto alle educatrici dei Nidi sul “come fare”.

Si pone allora l’interrogativo se sia giusto rispondere e in che modo. Esistono valutazioni diverse tra educatori e genitori rispetto a chi competa la soddisfazione dei bisogni legati all’educazione dei bambini e come realizzarla.

Questo è un problema antico, ma in passato occasioni di confronto favorivano una certa integrazione tra differenti scelte educative e per esse l’operatore pubblico garantiva una mediazione.

Solo una ventina d’anni addietro il tema dell’educazione dell’infanzia era avvertito come questione che riguardava non solo le famiglie o gli educatori, ma l’intera collettività.

Il settore pubblico era riuscito a definire in modo autorevole e condiviso quali bisogni dovessero avere riconoscimento prioritario e questo grazie anche al coinvolgimento delle famiglie nella riflessione complessiva sui temi dell’educare (dai Comitati di gestione degli asili nido agli Organi Collegiali nella scuola).

La trasformazione dell’intero sistema educativo del nostro Paese – che oggi vede una presenza crescente dell’operatore privato – ha creato con la sua complessa articolazione una situazione diversa.

Emblematico il settore dei servizi “prima infanzia” che dagli anni Settanta per un trentennio ha visto predominanti gli asili nido comunali, mentre ai giorni nostri non è più così. Le reiterate promesse corredate da “piani” faraonici, che ogni nuovo governo con enfasi ha assicurato di voler ampliare questo servizio “elettoralmente” non trascurabile, non sono state mai mantenute.

Per far fronte alla domanda si sono cercate soluzioni eterogenee, a volte improvvisate: – Nidi famiglia, Nidi aziendali, Nidi privati di medie e piccole dimensioni, centri per l’infanzia fino ad arrivare alle “sezioni primavera”, più che discutibili. Nella maggior parte dei casi la gestione di queste “soluzioni” è privata (magari sotto “copertura” del privato-sociale). Se questa scelta ha dato una parziale risposta alla domanda di posti, occorre però riflettere sulle conseguenze.

I Nidi privati (come del resto le scuole primarie e secondarie) dipendono in primo luogo dalla capacità di intercettare la domanda, ovvero dal servizio offerto e dal prezzo relativo. La forte concorrenza li porta a cercare di soddisfare qualunque richiesta provenga dalle famiglie: non più soltanto le rette di frequenza e gli orari, la qualità dell’alimentazione e i periodi di chiusura, ma perfino l’accettazione – a volte a malincuore, a volte con grande leggerezza – di richieste contrarie al benessere del bambino. (Ad esempio prolungamenti di orario, ingresso al Nido molto precoce perfino a due mesi e mezzo, nessuna gradualità di ambientamento agli inizi e così via).

La pressione sugli educatori diventa sempre più forte, determinando disagi e conflitti. Così oggi si trovano non solo Nidi privati disponibili a orari d’apertura assurdi (antelucani o serali), e perfino nelle “feste comandate”.

Non è raro il caso di genitori che chiedono al personale di “non far dormire il bambino anche se stanco, così di notte non disturberà’’ oppure di “punirlo con una bella sculacciata se morsica, o se si fa la pipì addosso’’ o ancora raccomandare di “forzarlo comunque a mangiare, obbligandolo con ogni mezzo, perché almeno così un pasto è certo”. L’alimentazione, il sonno, le abitudini igieniche, sono spesso oggetto di richieste perentorie, del tutto assurde:

“Vedo che se accendo la televisione mangia senza far storie, fate lo stesso voi… ”.

“Mi raccomando che non tocchi il cibo con le mani”.

“No, non voglio assolutamente che usi il bicchiere di vetro o i piatti di ceramica, la forchetta poi.

“Mangia solo se lo distraggo e lo faccio giocare, usate lo stesso sistema”.

‘‘Dorme solo se lo muovo sul carrozzino, provate anche voi, così si abitua”.

Piccoli esempi cui si possono aggiungere le richieste di tenerlo nel Nido anche con la febbre, anche se non è guarito, di somministrare medicinali o “calmanti”.

Persino per le attività o le proposte di gioco si pretende di condizionare le scelte educative del Nido:

“Non me lo faccia giocare con l’acqua”.

“Guardi che non deve mettere niente in bocca…”.

“i colori e la creta no, sono sporche- voli”.

“Non voglio che esca fuori fino alla bella stagione e sempre che non piova”.

Richieste simili toccano anche aspetti più generali riguardanti le prime indipendenze del bambino, la richiesta di fare da sé, il rispetto dei suoi ritmi e tempi. Al tempo stesso e con forte ambiguità si pretende che al Nido vengano applicate anche con durezza alcune norme “perché in famiglia non ci si riesce”.’

“Sì, è vero, a casa non gli diciamo di no, è così poco il tempo che passiamo insieme che non mi va di star lì a litigare e a stressarmi. D’altra parte qui al Nido ci pensate voi a dare i limiti. .. ”.

“Andiamo a letto anche molto tardi, a lui piace stare alzato con noi, gioca o guarda la tele con il papà. Si vedono così poco. Lo so che al mattino dorme in piedi, ma voi potete metterlo un po’ a nanna ….”

Anche i Nidi pubblici non sono esenti da simili pressioni: il confronto con i compromessi adottati nei privati genera anche qui richieste che finiscono col creare contraddizioni e tensioni. A volte diventa difficile capire come si possa coniugare la funzione di sostegno e di aiuto alla famiglia con il rispetto dei bisogni elementari di ogni infanzia.

Si direbbe che l’idea stessa di bambino e dei compiti educativi che spettano alla famiglia siano sovvertiti. La sensazione è che dieci o venti anni fa i genitori, forse con meno “letture” alle spalle, sapessero comunque che cosa andasse fatto (anche se non sempre riuscivano a metterlo in pratica).

Il terreno di confronto con le educatrici era “grosso modo” comune e permetteva un certo accordo, anche se non del tutto veniva condiviso. I genitori evitavano imposizioni al personale e cercavano di interrogarsi rispetto alle scelte che venivano praticate nel Nido. C’erano anche momenti di scontro che diventavano però occasioni di una riflessione più ampia e normalmente si arrivava a un “compromesso accettabile” che salvaguardava le ragioni dei bambini e in parte anche quelle dei grandi. Oggi tutto sembra diventato più difficile e carico di ostilità: si pone dunque il problema di come riavviare un confronto per una nuova integrazione tra aspettative degli educatori e quelle dei genitori che rimetta al centro i bisogni e i diritti fondamentali

1) Nota redazionale: l’uso assai diffuso del “tu” tra genitori ed educatori del Nido (si riscontra meno a livello di scuola infantile e appare del tutto disdicevole nelle scuole dai 6 anni in su), è uno dei pretesti “sotterranei “che inducono nelle educatrici una sorta di timore nei colloqui con i familiari e autorizzano taluni genitori ad avanzare richieste impossibili della prima infanzia. Una nuova alleanza è possibile solo recuperando una prospettiva comune che si fondi sul benessere del bambino e sulla qualità di ciò che gli offriamo, senza rigidità eccessive da un lato, spesso segno di una difesa a oltranza di abitudini – istituzionali e individuali – e senza pretese assurde dall’altro, che tradiscono il tentativo di sottrarsi alle proprie responsabilità.

E’ indispensabile allora una formazione continua degli adulti – genitori, familiari in genere, educatori – condivisa ilo più possibile, finalizzata alla promozione di una diversa idea di bambino: persona sensibile, comunicativa, molto fragile che costruisce la vita psichica e fisica del futuro adulto.

Carlo Alberti