Tempo di separazione, di scoperta per il bambino, ma spesso di ansie materne che ricadono sul figlio: davvero è così complicato o si risolve con la gradualità, con l’osservazione affettuosa, in attesa paziente che il bambino accetti le cose nuove che gli proponiamo?

Troppo spesso i genitori vivono in anticipo lo svezzamento come una fase critica, difficile. Invece è semplicemente un momento di crescita, un passaggio delicato in cui il bambino va aiutato a diventare un membro della famiglia come tutti gli altri. La parola “svezzamento” significa togliere i vezzi o il vizio e questo è indicativo del suo significato nella nostra cultura. Infatti l’allattamento al seno viene quasi considerato un viziare il figlio o un attaccamento morboso e non, come dovrebbe essere, un diritto del bambino.

La tendenza oggi è di allattare per un periodo il più breve possibile, perché il bambino deve crescere in fretta e la madre riconquistare al più presto la propria autonomia. Si danno allora alimenti diversi dal latte molto precocemente e non è ancora del tutto sparito il consiglio da parte dei pediatri di introdurre la carne sotto forma di omogeneizzati al secondo mese di vita.

Quando cominciare?

Se osserviamo il bambino, invece, t capiamo quando è il momento di iniziare a svezzarlo, perché egli stesso ce ne dà indicazione attraverso alcuni segnali. Un dato fondamentale, per esempio, è la postura. Fino a sei mesi circa (ma, naturalmente, esigono differenze da individuo a individuo) il bambino non sta seduto in maniera autonoma e non può deglutire bene. Si può anche osservare come fin verso i cinque-sei mesi il piccolo non mostri alcun inte­resse per il cibo degli adulti e, mentre lo si allatta, sia concentrato solo sul succhiare. Poi, invece, allunga le manine per prendere quello che vede sul tavolo e segue con evidente curiosità ciò che mangiano i grandi. Ma sono probabilmente i denti i più importanti indicatori. Anche se la tecnologia permette di utilizzare cibi solidi anche ai piccoli senza dentatura, sotto forma di omogeneizzati,questo non significa che tali alimenti ven­gano bene utilizzati dall’organismo. Chi non ha ancora denti non possiede presumibilmente gli enzimi che servono per la digestione di cibi solidi e anche se questi, attraverso diverse manipolazioni, passano nelle prime vie digestive, non è detto che vengano effettivamente digeriti.

In realtà, l’alimento specifico per il bambino fino ai sei mesi circa è il latte materno, il solo che egli sia in grado di scomporre e di assimilare completamente. Ma l’allattamento corrisponde anche a precise esigenze di unione con la mamma che, in questo periodo, rappresenta in certo senso lutto l’universo per il bambino. Quando subentrano invece atteggiamenti di allontanamento dal corpo materno e di interesse per altre cose, si può dire che il piccolo sia pronto anche per altre esperienze alimentari. Ciò non vuol dire però che lo svezzamento sia sempre un fatto indolore. Al contrario può essere un momento di crisi per il bambino come per la madre. Il primo vede che la mamma, dispensatrice di cibo, di calore, ora si nega e, anzi, gli dà alimenti non sempre graditi, che richiedono grossi sforzi da parte sua. Ma anche la madre può vivere il distacco dal seno con una certa fatica.

Come favorire il passaggio?

Anzitutto non vederlo come tempo di crisi della famiglia, in cui tutti siano drammaticamente coinvolti in un apprendistato sanitario dello sterilizzare bottiglie, preparare pappe con le giuste dosi, imboccare… I genitori sono le persone più adatte a decidere che cosa si mangia nella loro famiglia, non il pediatra o il farmacista, ed essi devono partire con l’ottica di rendere il bambino il più possibile autonomo, aiutandolo a crescere ma, nel contempo, semplificandosi la vita. È importante allattare almeno fino a sei mesi non solo perché il bambino affronti le difficoltà dello svezzamento quando è più grande e forte ma anche per-evitare i rischi di allergie, oggi così diffusi. Se si riesce per altri due o tre mesi a mantenere il doppio legame (cioè allattamento al seno nei momenti delicati del giorno – sera e mattina – e pappe negli altri) è molto meglio. Non credo invece che allattarlo a oltranza, al di là dell’anno o più, come propongono alcune recenti tendenze, rispetti le esigenze di crescita e di autonomia del bambino.

Quali alimenti introdurre?

Bisognerebbe partire dal presupposto di fornire al bambino i cibi più semplici da assimilare e che conservano intatti i propri principi vitali. Va scartato allora tutto ciò che è manipolato industrialmente, troppo cucinato, lontano dall’aspetto naturale e con cibi sofisticati. Se fino a sei mesi il piccolo possiede solo l’enzima che gli serve per digerire il latte, dobbiamo permettergli di produrre gradualmente gli enzimi utili a scomporre molecole sempre più complesse.

Per esempio, un frutto come la mela è adatto per iniziare, ma non a due- tre mesi, quando è elevata la possibilità di allergie, bensì a cinque o sei. Anche il brodo di cottura di riso o di orzo che davano le nostre nonne va bene poiché non fornisce ancora la molecola vera e propria, ma ne dà solo l’“informazione”. Una volta introdotto un cibo nuovo, vanno osservate le risposte dell’organismo infantile e il modo migliore per verificarle è attraverso le feci. Fino a trent’anni fa si usava persino portare il pannolino dal pediatra perché ve­desse se il bambino assimilava bene; oggi è un’abitudine che va scomparendo. Viceversa le feci danno informazione immediata di come il nuovo cibo sia stato accolto dal bambino e qualunque mamma è in grado di rendersi conto se qualcosa non va.

Da un punto di vista generale è im­portante che il bambino non sia sot­toposto a troppi cambiamenti in una volta. Consistenza delle pappe, po­sizione, uso del cucchiaino o della sedia sono modificazioni importanti nel pasto e quindi andrebbero diluite nel tempo, non proposte tutte as­sieme. Il cucchiaino, per esempio, si può cominciare a presentarlo prima come un gioco e va dato all’inizio con un alimento che il bambino già co­nosce, cioè il latte. È anche fondamentale capire che i bambini non hanno bisogni alimentari eccezionali, che il bambino, quando passa da un’alimentazione esclusivamente lattea ad altra mista, non richiede cibi più nutrienti del latte, ma diversi e ricchi di altre sostanze. Infatti il latte materno è l’alimento che in cinque mesi fa raddoppiare al bambino il peso di nascita, mentre nei mesi che seguono il ritmo della crescita rallenta e mutano alcune esigenze or­ganiche.

Il problema vero è l’ansia di non fare abbastanza per il figlio e questa il più delle volte si polarizza sul cibo. È una preoccupazione che si nota anche in molte istituzione per l’infanzia mentre spesso altri momenti (il sonno, il cambio e le pulizie, il gioco stesso) non vengono altrettanto valorizzati. Spesso si ha anche fretta d’inserire quanti più alimenti possibile nel piatto, di fargli assaggiare sempre cose nuove. Anche se l’alimenta­zione variata è essenziale per la sa­lute, non è detto che si debba pre­sentare tutto subito. Deleteria, poi, è la diffusa abitudine di dare tutto as­sieme in un unico “pastone” frullato sia perché il bambino ha bisogno di conoscere sapori e odori nuovi, per capire che cosa gli piace e che cosa no, sia perché si possono creare dif­ficoltà digestive.

La pappa che contiene tutto (molto diffusa anche nei Nidi) annulla il pia­cere di stare a tavola ed è monotona per aspetto, per sapore e alla lunga può creare il rifiuto di nuovi cibi. Bisognerebbe invece preparare la ta­vola al bambino con la stessa cura con cui si prepara la propria – magari in collaborazione con lui – usando to­vaglia e piatto puliti, le sue posate (abituarlo anche all’uso della for­chetta, non solo del cucchiaio), il suo bicchiere. Prendere direttamente dal pentolino o dal vasetto sminuisce l’atto del nutrirsi ed è diseducativo.

Come procedere nello svez­zamento?

Ancora una volta, seguire la crescita dei denti aiuta a capire quali alimenti vadano dati nel tempo.Gli incisivi, i primi a comparire, servono per mor­dere (verdura, frutta, cereali). I vege­tali dovrebbero costituire la base del­l’alimentazione infantile, assieme, nel corso del secondo anno di vita, a sot­toprodotti animali (formaggi, latte, uova) e a legumi. Per i cereali con­viene iniziare con farina di riso e dare in seguito gradualmente anche le altre, quasi o del tutto integrali. Dopo i dodici mesi ottimi anche i cereali in fiocchi, cotti o macerati per alcune ore in acqua e mescolati a

frutta, latte o yogurt. I denti della carne (i canini) spuntano di solito dopo i due anni e, se si desidera dare carne, questo sarebbe il momento per cominciare. Sono ancora i denti a indicare che il bambino non è pronto per un’alimentazione in tutto simile alla nostra fino a che non ha perso i denti da latte intorno ai sei- sette anni. Questo non significa an­dare avanti per tutto il tempo con un doppio menu – il suo e il nostro – ma si può modificare questo rendendo» più semplice e naturale, eliminando così, per il bambino e per noi, cibi troppo elaborati e conditi, tipici della cosiddetta arte culinaria attuale.

Tiziana Valpianz

 

Tratto da una conferenza tenuta da Tiziana Vai­piana (del “Melograno” di Verona) nell’ambito degli Incontri Montessori di Castellanza.