Ci sono due momenti cruciali per migliaia di bambini nella vita di ogni giorno, che attraversano tutta l’infanzia: andare a scuola, uscire da scuota e il suo rovescio: lasciare la casa, tomare a casa.

Per molti di Ioro I’esperienza è cominciata già al Nido e non è stata piacevole se gli adulti, più preoccupati dell’ordine e del buon andamento immediati, sono stati disattenti nei confronti del disagio o delle paure che un’esperienza di separazione precoce e un forte mutamento nelle abitudini scatenano comunque. Dimentichiamo che anche noi adulti, perfino di fronte a cambiamenti scelti e graditi, siamo preoccupati, agitati, incerti del futuro che, forti di tante esperienze già vissute, possiamo prefigurarci. II bambino piccolo non ha – prima dei tre anni, ma nemmeno a sei – questo potere ed è in balia delle decisioni dei grandi. Se fosse per lui, non si sposterebbe da casa, dalla mamma e dal papà, dai suoi giochi.

Dunque da parte delle istituzioni, se non si vuole fare danno, occorrono:
– un grande lavoro di previsione e di ascolto dei bisogni individuali per sopperire a perdite e a rimpianti, in primo luogo incontrando non superficialmente i genitori del singolo bambino;
– una sensibilità e una professionalità da tradurre in un’organizzazione accurata dell’accoglienza quotidiana a scuola e del quotidiano ritmo in famiglia.

Non diamo niente per scontato; proviamo a prevedere, ben sapendo che le riflessioni che seguono sono tutt’altro che esaurienti.

II luogo
Un ambiente ben preparato elimina di per sé molti problemi. Non bastano però un attaccapanni e un contenitore per le scarpe. Occorre immaginare la situazione, “sentire” in anticipo l’ansia del piccolo e del genitori.
Quindi un clima di accoglienza: intanto colori non aggressivi, alle pareti immagini gradevoli, non necessariamente commerciali (quali sono i soliti pupazzi televisivi in grande formato!), un fiore.

Per chi entra è piacevole trovare un posto per sedersi, guardarsi intorno, chiacchierare un po’ : una panchina? Due poltroncine? Un tappeto in un angolo?
Sul tappeto potrebbe trovarsi un cesto (o una cassetta) con qualche oggetto curioso, interessante, da rinnovare spesso come gradevole sorpresa.
Alcuni esempi: un carillon, un caleidoscopio, una lente, un borsellino, un librino, una pila tascabile, qualche biglia, una famiglia di animali o di personaggi diversi da quelli che si hanno in classe, un bambolotto, una macchinina, il tutto in dimensione ridotta tale da entrare in una o due piccole mani.

Quando I’ingresso è finito, il cesto si toglie e si rimette la mattina dopo. In una scuola ho visto un armadietto a sportellini con tante piccole sorprese. A lato in una scansia bassa non deve mancare qualche libro di immagini o di brevi storie, anche questi da cambiare di frequente per tenere viva la curiosità e la voglia di scoprire che cosa c’è di nuovo. Non bisogna nemmeno esagerare, perché molti bambini amano a lungo guardare e riguardare le stesse cose. Come al solito, è su di Ioro, osservando le loro reazioni, che ci si deve regolare.

Una buona regola è aiutarli a fare da soli:  se gli abiti vengono messi sulle grucce (chiamate anche “omini” o “stampelle” secondo le Regioni) e queste appese alia sbarra di un armadietto, un tavolo potrà essere utile, oltreché per posarvi sopra qualcosa da mostrare ai compagni, come piano per appoggiare la giacca da infilare sulla gruccia, allacciare il primo bottone e appendere. (Farlo in aria come facciamo noi e con una sola rnano troppo impegnativo per un piccolino!)

Per togliersi le scarpe e indossare le pantofoline, se si è conservata quest’abitudine, buona per I’indipendenza, per la salute dei piedi e la pulizia degli interni, non devono mancare un panchetto su cui sedersi – con tappetino di fronte – e un posto personale per le calzature. Se mettiamo uno specchio per guardarsi e controllare l’ordine della persona, delle abbottonature e… per fare smorfie, aggiungiamo un piccolo specchio inclinato, come usano i negozi di scarpe, per guardare come sono state infilate.
Sempre pensando all’accoglienza non dimentichiamo una o due sedie comode per i genitori e almeno uno sgabello per I’educatrice, che, seduta, è più raggiungibile dal bambino.

Un tema speciale va discusso con i genitori: quello del vestiario, ai fini dell’indipendenze individuale, così importante fin dai primi anni. Quindi calzoncini rnorbidi con elastico in vita, anziché rigidi jeans con duri bottoni e breteIle complicate per un adulto o salopettes a fibbia, anche a cinque anni difficili da sganciare. Le pantofole siano semplici, con allacciatura a bottone o a velcro e non del tipo oggi di moda, arricchite con costosi peluches che non favoriscono un passo leggero e spedito.

Se non si usano le grucce, per facilitare la sistemazione degli abiti scegliere ganci non troppo piccoli e bene evidenti e cucire all’interno del collo una fettuccia lunga cinque o sei centimetri in modo che anche un ingombrante “piumino” resti bene appeso.

La persona che accoglie i bambini
Dovrebbe essere sempre la stessa o, se proprio non è possibile, si adotti una lunga rotazione mensile tra due o tre educatrici al massimo.
Sicuri di incontrare lei – e non altri – i piccoli al mattino entrano più fiduciosi: è come riprendere un discorso interrotto il giorno prima!
Anche i genitori si sentono tranquillizzati dal fatto di affidare ogni giorno il figlio a una persona che diventa per Ioro familiare.

L’accoglienza al mattino è un compito assai delicato. Non sarebbe male se fosse un lavoro a scelta: non tutti si sentono ugualmente gratificati e interessati ad attuarlo. Potrebbe essere anche un’assistente: non è tanto importante il titolo di studio quanto certe qualità umane: la calma sorridente, la capacità di cogliere le ansie rassicurando in modo non maternalistico le difficoltà di un bambino.

E’ anche la persona che fa da tramite tra i genitori e I’insegnante. Quindi la sua attenzione nell’ascoltare e nel riferire diventa elemento essenziale. In molte scuole e Nidi – i genitori “consegnano” i figli direttamente alia maestra di classe, una soluzione non sempre positiva perché i genitori tendono ad assorbire la sua attenzione a svantaggio dei bambini già presenti.
L’esperienza ci dice che il tipo di accoglienza sopra descritto assicura invece il massimo di attenzione a piccoli e grandi, annotando in breve le comunicazioni di routine.

Quanto ai bambini I’educatrice o l’assistenza nello spogliatoio garantiscono un momento importante per insegnare a vestirsi e a spogliarsi da soli, invitando il genitore a rispettare i tentativi del figlio. E questo perché non succeda che, ancora a sei anni, il genitore gli mette scarpe, berretto e paltoncino. In altre parole, I’entrata nella scuola e un momento educativo al pari di tutti gli altri, da non bruciare in alcun modo.

Rispettare i rituali con buon senso
Rita, 4 anni, tutte le mattine non lascia sua madre se questa non le dà un succo di frutta; Mirko, 3 anni e mezzo fa altrettanto finché il padre non gli infila la pantofole.
Doretta, a 5 anni compiuti, vuole essere portata in braccio per le scale e fin dentro la classe; Nicola, 5 anni e mezzo, arriva con giocattoli sempre più ingombranti e aggressivi…
Potremmo continuare a lungo.

Se una sorta di viatico d’ingresso può avere senso in principio, col tempo diventa un comportamento tirannico da parte del bambino con la collusione del genitore – e a volte della maestra – per evitare scenate. Non ha senso accontentarli sempre: diventa un ricatto a doppia mandata. Per Rita e per Mirko ecco l’utilità di un’accoglienza esterna alla classe, di una persona che dopo i saluti tra genitore e figlio, si intrometta con garbo e insegni a entrambi come si fa “a fare da sé”.
Doretta va aiutata a sentirsi grande per quello che è, con I’aiuto della maestra che la incoraggia, le dà incarichi, le propone attività, soddisfacenti, E poi bisogna discutere con la madre per aiutare a capire il non senso della situazione. Quanto a Nicola, semplicemente la scuola dovrebbe stabilire con la famiglia regole ragionevoli a prevenzione di simili forme di esibizionismo.

Verso I’uscita
Teniamo presente che, più un bambino è piccolo, meno è in grado di sopportare le situazioni di attesa. Per la tranquillità di tutti è importante organizzare la preparazione all’uscita in tempi accuratamente valutati e con attività che sappiano di conclusione, in primo luogo il riordino della classe. Se un bambino si è impegnato in un’attività piuttosto lunga che non può terminare, aiutiamolo a rassettare senza tuttavia togliere gli oggetti come lui li ha disposti, in modo che I’indomani mattina li possa ritrovare subito come li ha lasciati.

Questa naturalmente è I’eccezione: il riordino personale dei giochi utilizzati, la cure nel rimetterli sugli scaffali cosi come sono stati trovati sono punti di riferimento importanti. Quando tale compito è stato assolto, possiamo guardare intorno se ci sono altri punti fuori posto e qui i bambini sono sempre molto interessati ad assolvere a turno compiti diversi: c’è chi controlla l’angolo delle scope e dello stiro, chi verifica che non ci siano a terra minuzzoli di carta, né “bucce” di matite; uno riordina i libri e un altro pastelli e fogli, qualcuno spolvera, qualcun altro raddrizza i rotoli dei tappeti.

Un piccolo compito per ciascuno e intanto un gruppetto è andato nello spogliatoio per cominciare a vestirsi: la maestra sulla porte dà un occhio agli uni e agli altri. Quando i primi hanno finito, vanno a sedersi in un angolino predisposto, mentre i secondi usano Io spogliatoio. Alia fine si è tutti in cerchio per salutarsi, per cantare insieme, per raccontare brevi storie, per guardare figure o dire filastrocche…
Proposte di attività rapidamente finite, in modo che il genitore venuto a prendere il figlio posse pazientare un momento fino alia rapida conclusione del gioco, dell’indovinello, del racconto.

L’ideale sarebbe che anche qui ci fosse un filtro in modo che, a ogni genitore che arriva, il gruppo non venga messo sottosopra dall’ eccitazione, con il timore per chi resta di essere lasciato lì.
Quanto lavoro con i genitori per indurli a mantenere le promesse fatte al figlio, a non arrivare tardi, non solo per rispettare il personale, ma soprattutto per non generare ansie dolorose nei bambini ai quali va sempre detto che nessuno resta lì a dormire, che tutti vanno a case, che la Ioro mamma verrà di sicuro. Parole che non bastano a calmare un’agitazione legittima in quanto il bambino piccolo ha il senso del presente, ma non quello del “poi”.

Se nella scuola ci sono due uscite, ad esempio alle 16 e alle 17,30, necessario preservare il secondo gruppo dalla vista dei compagni che escono in anticipo. Questo rispetto dei sentimenti si risolve con accortezze organizzative, facendo in modo che chi resta vada in altro luogo rispetto a quello dell’uscita con giochi, libri e proposte di attività, molto diversi rispetto a quelli usati durante il giorno, quasi che restare venisse “premiato” da novità interessanti. In questo modo i bambini, costretti a orari più pesanti di quelli di un qualsiasi lavoratore, non sono a rischio di malinconia, di nostalgia acuta, di vero e proprio doIore da assenza. A mio avviso è importante anche curare le luci del luogo in cui i bambini sostano perché nelle lunghe serate d’inverno il buio esterno cui si aggiunga una scarsa illuminazione interna accresce il disagio di tutti.

Barbara Fores

(articolo tratto da “Il Quaderno Montessori”)