Osserviamo senza intervenire al­cuni piccoli intorno ai dodici mesi alle prese con oggetti disparati: la loro inventività nell’uso e negli ac­costamenti tra cose diverse è dav­vero affascinante. A molti la loro continua esplorazione appare futi­le o capricciosa ma in effetti, se ci mettiamo a guardare un po’ da lontano, senza interventi né la pre­tesa di far andare le cose come vogliamo noi, possiamo cogliere un mondo creativo, insospettato a questa età.

Mita ha tredici mesi. Comincia ora a tenersi in piedi, ma si sposta ve­locemente strisciando su una nati­ca e aiutandosi con le mani. Fra al­cuni oggetti che sono a terra sce­glie una scatola con cubi di legno, la vuota; rimette dentro i pezzi e li estrae di nuovo; li batte sul pavi­mento; li abbandona. Poco distan­te trova una sciarpetta di velo. Se la pone in testa, la fa scendere da­vanti agli occhi. La tira giù e su, giù e su. Infine se la mette attorno al collo e con essa torna alla scatola. Ricomincia il lavoro con i cubi, profondamente assorta (come uno scienziato che stia conducen­do un esperimento) e lo continua per quindici minuti.

Roberto di undici mesi riesce a in­filare e a sfilare un bastoncino in una serratura. Subito prova e ri­prova per ben diciotto volte, poi lo abbandona. Ci torna dopo circa dieci minuti e riprova per altre do­dici volte. Nei giorni seguenti co­mincia e sperimentare tutte le ser­rature che può raggiungere, an­dando carponi e usando lo stesso bastoncino. “Diventa matto”, dice la madre, “se lo perde!” (Se, nel corso d’un esperimento, al biolo­go buttassero via le sue provette…)

Fulvio di dodici mesi ha scoperto che una pallina entra in un cilindro (una scatola metallica di medici­nali, cui sono stati tolti entrambi i fondi) ed esce dall’altra parte. Co­mincia allora la sua sperimenta­zione: tante volte la stessa palla, più tardi una palla più grande, l’in­domani due anelli, poi riprova con gli oggetti precedenti. Prova quin­di con un gattino di gomma, un’automobilina di legno, tre cubetti. La sua creatività si rivela nel­la ricerca perseverante di piccoli oggetti che passa al vaglio del ci­lindro. Ogni volta nel corso della sue prove, resto del mondo sem­bra non esistere. E concentrato e silenzioso, tutto preso da un im­portantissimo atto mentale: ha un problema da risolvere, una solu­zione da trovare. A quanti piccoli è consentito vivere in pace momenti così significativi? E quali oggetti si mettono a loro disposizione per favorire tali esperienze?

… E NEGLI EDUCATORI

Anche per gli adulti il piacere di creare s’annida in angoli inaspet­tati. Non è un caso se la nostra vita quotidiana s’illumina quando tro­viamo soluzioni a vecchi problemi o diamo un tocco di nuovo a quanto ci sembra stantio, abitudi­nario. Una diversa disposizione di n ci aiuta a godere d’uno spa­zio che prima ci sembrava soffo­cante; l’invenzione di una ricetta ci permette di gustare sapori incon­sueti. Questo bisogno di produrre qualcosa per il nostro piacere – un’idea, un’immagine, un proget­to, un ornamento… — molti deside­rano manifestarlo anche nei luo­ghi di lavoro (là dove è possibile!) per renderli più personali o per aprire spiragli vivificanti a situazio­ni che non lo sono.

E emblematico l’aspetto di nidi o di scuole materne i cui ambienti, spesso troppo vasti, mal messi o resi anonimi dai soliti arredi istitu­zionali, sono letteralmente inondati da decorazioni sospese o da pit­ture su vetro o su cartone: fiori finti, gatti, pulcini, Puffi. Snoopy e so­prattutto figure infantili ridicolizza-‘ te. Qui “carino” è diventato sinoni­mo dì “deformato”. Gli schemi vengono ripetuti, imitati fino alla nausea: dal bambino con i cinque capelli a quello con “ciuccio” e lentiggini, dalle smorfie facciali e un solo dente ai piedi convergenti. L’immagine infantile proposta ai piccoli come elemento decorativo e in questo modo: quale rispetto per loro? Oltre il cattivo gusto, tale eccesso di immagini, di colori – che dovrebbe “divertire”, “stimola­re” – diventa come un frastuono continuo cui l’orecchio si abitua, tanto da non ascoltare più.

D’altro canto, le decorazioni spes­so sono poste così in alto da risul­tare poco accessibili alla visione dei bambini. Le vedono, certo, ma nella situazione di chi entri in una sala alta tre volte la propria altezza, ornata di figure poste a quattro, cinque metri dal suolo! Di solito i quadri, le foto con cui orniamo le pareti della nostra casa sono ap­pesi all’altezza dei nostri occhi: perché non fare lo stesso in un ni­do o in una scuola?

Ma accade anche di vedere pittu­re ad altezza di bambino. Sono state eseguite a smalto o a tempe­ra, da maestre volenterose: nani, paperi, farfalle gigantesche, alberi – di ciliegie, naturalmente! – e fun­ghi (i più velenosi: quelli rossi a puntini bianchi). Ancora stereoti­pie che, dopo la prima curiosità, diventano stucchevole, chiassoso rivestimento delle pareti.

Viene allora da chiedersi: per chi sono in realtà queste decorazioni? Per i genitori? Per lo stesso perso­nale che è gratificato nel farle? In­dubbiamente, tali forme di abbelli­mento richiedono tempo, denaro, generoso impegno e fatica, ma non aggiungono nulla alla vita dell’istituzione. La soddisfano solo in apparenza: la vita in quegli spa­zi resta povera di scambi, domina­ta dalla “routine” e da scarsa indi­viduazione dei bisogni personali – per loro – sulle vetrate o sulle pare­tì d’ingresso – è un brutto cartello, scritto malamente, appeso più o meno diritto, minaccioso nel tono o nei contenuti in quanto parla di divieti, di quote, di malattie, di diritti sindacali e ha ben poco il sapore di un’accoglienza.

Varrebbe dunque la pena riflettere se non sarebbe meglio convoglia­re le forze creative dei singoli edu­catori e del gruppo verso una me­ditata trasformazione degli am­bienti: come cambiarli a misura di bambino; con quali oggetti per )’esplorazione individuale nelle va­rie età; disposti come, dove; in quale numero; raccolti o sparsi; quali da mettere a portata di mano dei bambini e quali da riservare ad attività guidate di piccolo grup­po; quali abbellimenti (perché non scegliere tra le riproduzioni d’arte

È azzardato dirlo? Se così non fos­se, gli ornamenti sarebbero più misurati e armoniosi, data l’età dei bambini; posti alla loro altezza; realizzati in modo da non essere “eterni” sui muri o sui vetri, ma anzi alternati per soddisfare maggior­mente la curiosità, la sete di sco­perta dei piccoli e soprattutto tra­sformati in oggetti di attività.

Se poi pensiamo ai genitori, in molti di questi decoratissimi servi­zi per l’infanzia, il primo impatto – antiche o moderne – per dare messaggi di bellezza fin dai primi anni?); quali angoli di gioco; come trasformare un “refettorio” in stan­za da pranzo e un “dormitorio” in stanza da letto e così via. E per i genitori: come e dove accoglierli? (una poltrona, un tavoli netto su cui scrivere, un appendiabiti„ .); co­me dare loro le informazioni ne­cessarie: un incontro, una lettera personale, un pannello? E se si tratta dì qualcosa di scritto, redatto come, con quali colori, di quale grandezza, appeso dove. Riflette­re su ogni dettaglio significa met­tersi nei panni dell’altro e trasfor­mare questa comprensione – che è affettiva e razionale al tempo stesso – in un atto creativo, anche molto semplice, che dica all’altro la nostra disponibilità.

Grazia Honegger Fresco