Il tempo è un concetto molto astratto, da adulti: il bambino comincia a realizzarlo intorno ai sette, otto anni, ma lo comprende pienamente solo più tardi quando gli diventa chiaro che la vita umana – come quella degli animali o delle piante – ha una conclusione. Il bambino piccolo è dunque lontanissimo da una tale presa di coscienza; passato e futuro non hanno per lui alcun significato: egli vive nel presente, attimo per attimo. Pur serbando a poco a poco impressioni e memorie del “già accaduto”, per lungo tempo non sa collocare in momenti precisi. Anzi, non le colloca affatto,

Un primo barlume di consapevolezza gli viene dal ritmo giorno-notte: se può seguire i propri ritmi autoregolativi, come è concesso ad ogni cucciolo di animale, li stabilisce da sé fin dalla nascita sull’alternanza della digestione e del riposo/veglia. Se nei primi giorni ha bisogno di essere protetto dalla luce diretta e violenta, poi via via si abitua a un’illuminazione più intensa (anche se, forte e diretta, a lungo non gli piacerà) mentre il suo cervello, attivissimo produttore di sinapsi, analizza l’informazione giorno-notte, proprio sulla base della luce naturale.

Ma ci sono anche le poppate, date – si spera – in risposta alle sue richieste, forse più frequenti i primi giorni, poi regolate dal bambino stesso. Sembra strano, ma più lo si segue con calma nelle prime settimane, meno si corre il rischio che scambi la notte per il giorno. E poi a gradi comincia a cogliere il ritmo delle abitudini quotidiane: i cambi, il bagnato – sempre alla stessa ora – il ritorno del padre o dei fratelli: visi sorridenti che si affacciano nel suo campo visivo a certe ore del giorno. La ripetitività delle esperienze, la quiete delle abitudini danno al bambino un forte senso di stabilità: le sue certezze più profonde vengono da qui, dalle cose che tornano senza troppo cambiamenti, né apparizioni improvvise e troppo ravvicinate.

A proposito di tempo: quanto può aspettare un bambino dei primi mesi se piange per fame o per essere coccolato? Naturalmente pochissimo e se è vero che una breve attesa, sentire che la madre lo chiama anche senza vederla subito, alimenta il suo desiderio e gli permette di prefigurare la consolazione in arrivo elemento importantissimo per lo sviluppo della mente – è pur vero che lunghi pianti, lontananze punitive – oltre il minuto!! – sono per lui esperienze disperanti, angoscia allo stato puro. Quindi meglio preparare tutto prima per non farlo troppo aspettare: curioso che questo essere pronti a rispondere ai suoi bisogni – senza tuttavia anticiparli – lo aiuti in futuro a sviluppare la capacità di essere paziente.

Intorno al sesto-settimo mese il bambino comincia a collegare in modo più preciso alcuni eventi tra loro. Se tornando nello studio del medico comincia a piangere – e solo lì ha questa reazione – è facile dedurre che non ha in merito ricordi positivi. Lo stesso può avvenire ogni giorno, quando varca la porta dell’asilo-nido o quando la madre lo saluta: se si è dovuto abituare frettolosamente, in tempi rapidi al luogo sconosciuto, a mani e a visi ignoti, non può che avere accumulato paura della perdita, paura del nuovo, paura del trovarsi solo. Ancora non sa che “tra poco ” o “alle 13” la madre tornerà e gli farà sentire le sue braccia e la sua voce. Non c’è un “dopo” nella sua mente, c’è invece il timore di non vederla più. Come abbiamo detto, è il presente che conta, ma che lascia nell’inconscio del bambino tracce profonde di dolore.

Un ambientamento graduale e la capacità degli adulti di trovare caute modalità di Separazione possono lasciare tracce benefiche. Incontrarsi e dirsi addio, era il titolo non so più se d’un film o d’una canzone: nella nostra vita dovremo affrontare innumerevoli volte questa esperienza negli affetti, nel lavoro. Ebbene, i più fragili di fronte alle separazioni sono proprio coloro che fin da piccoli ne hanno sperimentato brutalmente le sofferenze e le angosce connesse alla perdita di sicurezza.

Fin dal primo anno di vita dovremmo imparare a non interromperlo a caso quando sta guardando qualcosa o quando sta giocando con un oggetto: l’intensità della sua concentrazione è breve a questa età e quindi è possibile rispettarlo senza attendere troppo. Ci guadagneranno la sua calma e la nostra relazione con lui.

Allo stesso scopo dovremmo sempre dirgli che cosa stiamo per fare con lui: il nostro preavvisare e il suo potersi prefigurare che cosa sta per accadere, nell’ambito concreto delle sue esperienze (“Ora ti preparo la merenda”; “Tra poco andiamo dalla nonna”…) lo aiuteranno a formare riscontri, ricordi, desideri che poi si avverano. Dunque immagini mentali che lo aiutano gradualmente a sentire il flusso della quotidianità all’interno di legami affettuosi e rispettosi dei suoi bisogni profondi.

Via via che cresce, nostro figlio comincia a usare gli avverbi di tempo, ma non per questo ne conosce il vero significato. In principio “ieri” può riferirsi a qualcosa accaduto poche ore prima o nell’estate appena trascorsa come pure utilizza “domani” in riferimento a cose già accadute. Non prendiamolo mai in giro: a gradi arriva da sé a perfezionare, sempre in rapporto con fatti concreti, il suo raccontare. Verso i quattro anni la domenica è qualcosa di ben riconoscibile ma ancora in relazione all’esperienza ciclica che trascorre con i genitori. Difficilmente prima dei cinque anni gli sarà chiara la differenza tra mattina e pomeriggio né, prima dei sei, se non gli viene specificamente indicato quotidianamente, potrà sapere “in che giorno siamo”.

Ancora verso gli otto anni ragazzini – che, già abili fruitori di computer, conoscono il calendario e sanno leggere l’ora – possono sorprenderci con domande del tipo: “Secondo te quanti mesi mancano alle vacanze?” oppure: “Ho qualche dubbio su Babbo Natale!”.

Dunque è un lento processo di maturazione del pensiero: non dobbiamo sollecitare, tanto meno umiliarli per errori, dimenticanze, imprecisioni. Ricordare sì, ma senza aggressività, con il tono calmo e gentile di chi dice a un amico che sta sbagliando: “Guarda che oggi è il giorno tale” oppure: “Controlliamo sul calendario che…”. con i nostri amici adulti siamo più gentili che con i bambini,i quali hanno bisogno di tempo, di fare le cose con il loro ritmo, con il gusto di ripetere ed anche di sbagliare senza che nessuno salti subito loro addosso, con il tono di chi denuncia l’errore più grave del mondo.

Naturalmente possiamo aiutarli via via a cogliere dapprima brandelli del tempo che passa, poi a poco a poco avere in merito idee sempre più chiare.

Ecco alcuni suggerimenti:

* Conserviamo un indumento, un gioco, un paio di babbucce del primo anno di vita per poterle guardare in seguito (“Davvero ero così piccolo?”). Chissà se le nonne hanno conservato qualcosa dei loro neonati (“| miei piedini come quelli del papà”).

* L’album delle foto è così comune nella nostra cultura Che forse è superfluo citarlo. Non tutti i genitori invece raccolgono le prime tracce grafiche, i primi omini o tentativi di scrittura del tutto spontanei.

* | Calendari a fogliolini che si staccano sono molto utili perché i singoli fogli possono essere incollati su strisce orizzontali o verticali, arricchite di disegni, collage o foto a sottolineare il tempo che passa o che precede un evento importante. In pratica possono servire a costruire un calendario personalizzato.

* “Quanto manca a Natale?”. possiamo contare i giorni con bottoncini o conchiglie o con dischetti colorati e gommati da incollare sul calendario della famiglia o su striscia speciale. I giorni lavorativi possono essere di un colore (ad esempio rosso), il sabato e la domenica di un altro (ad esempio blu e giallo), con un simbolo particolare possiamo segnare ogni ricomparsa di luna piena.

* Nella tradizione popolare non mancano filastrocche sui giorni della settimana (“Lune, la fune…”), tiritere e proverbi sui mesi dell’anno.

* Molto importanti per “segnare” i cicli annuali sono da tempi antichissime ricorrenze festive. Oggi, tra doni e dolci, c’è un po’ l’andazzo del festeggiamento perenne: i genitori farebbero bene a metterci un freno, a differenziare le diverse occasioni, per dare a ciascuna un sapore diverso con un’attenzione speciale ai sentimenti e alla Curiosità dei piccoli.

Grazia Honegger Fresco

(articolo tratto da “Il Quaderno Montessori”)