Niente è nella mente che non sia stato prima nei sensi, dicevano in latino con una celebre frase, i filosofi del Settecento. All’epoca una grande intuizione, divenuta oggi certezza grazie alle ricerche nel campo delle neuro-scienze. Ерpure tali scoperte non sembrano minimamente aumentare la consapevolezza di chi si occupa di bambini piccoli, i quali sotto il profilo della sensorialità. Sono sempre più in condizioni… asettiche. super-igienizzati  isolati su girelli o seggioloni, trasportati in braccio, in carrozzina, in auto e qui legati e immobilizzati per ridurre i rischi del trasporto veloce, stimolati dagli adulti a giocare  a “far finta” con giocattoli tutti rigorosamente di plastica, per non parlare della TV, vivono immersi in situazioni innaturali che richiedono sempre meno ίI ricorso agli organi dei sensi.

Un’esperienza mancata che riduce progressivamente la ricchezza percettiva e di conseguenza le capacità mentali, di astrazione, di precisione dei concetti  di espressione linguistica e la stessa creatività. Gli effetti disastrosi, anche sul comportamento, sulla difficoltà di concentrazione, sugli stati di depressione e di aggressione (cui concorrono certo anche altri fattori), a volte si vedono precocemente  a volte a distanza di anni, ma non c’è dubbio alcuno che modificano relativamente l’individuo. I sensi, fin dai primi anni occasione di godimento, ma anche sentinelle d’allarme di fronte a pericoli, sono le vie d’ingresso grazie alle quali i bambini accedono alla realtà quotidiana: con la loro “mente assorbente” (Montessori) possono captare sfumature in ogni direzione e farle proprie. Un potere straordinario di conoscenza concreta che rapidamente trasforma ogni esperienza in immagine mentale che avrà poi un nome e una sua memoria.
A cominciare dalla gestazione.

Il tatto

Essenziale dalla vita fetale fino agli ultimi istanti di vita, è il più diffuso dei nostri Sensi, dato che ogni millimetro della nostra pelle, sia esterna sia delle mucose che “foderano” parti interne del corpo in contatto con l’esterno (bocca, naso, ano, vagina…) è sensibilissimo e di grande rilevanza nella vita affettiva, emotiva, sessuale,Tatto e contatto come segno d’amore: comincia nella cura dei figli.

Intorno alla nascita

Ricordate quel magnifico neonato che cerca di mettersi in bocca le dita mentre scorrono i lunghi titoli di testa del celebre Tom Jones di Tony Richardson? L’espressione quieta e intenta nel sentirsi sfiorare le mani, le piccole dita e gli occhi in movimento dicono chiaramente il piacere che il bambino trae da quella situazione. Insomma, non è il solito neonato urlante o, in alternativa, addormentato. Altre immagini significative del piacere che il bambino appena nato prova ai contatti delicati e carezzevoli si trovano nel rivoluzionario libro e nel film di Leboyer, Per una nascita Senza Violenza, uscito da Bompiani nel ’74.

Eppure ancora oggi non sempre si riesce a garantire ad ogni bambino che nasce una felice, rassicurante esperienza tattile. |l tatto è il primo tra gli organi dei sensi a svilupparsi nella vita embrionale ed è attivissimo anche nel periodo fetale quando il bambino, sempre più stretto nel sacco amniotico, sente tramite la pelle l’effetto carezzante del liquido in cui è immerso, che attutisce ogni urto contro le pareti ed anche gli eventuali colpi dall’esterno, sensazioni che si aggiungono a ciò che sente della madre e che sono forse il nucleo di una prima consapevolezza di esistenza.

La nascita stessa è un’esperienza sensoriale fortissima – di cui sono privati i bambini nati con cesareo – tale da mettere in moto aspetti essenziali della vitalità originaria. Il tatto è un senso sempre strettamente connesso a movimenti anche minimi, come quelli che il neonato compie sfiorando con la guancia il seno materno, stringendo un dito, afferrando con la bocca il capezzolo. Anche la madre, prendendolo fra le braccia appena uscito da lei, toccandolo, mettendolo a contatto con il proprio corpo, infuocato dopo lo sforzo del parto – gli comunica oltre il calore, il piacere di una intima vicinanza: sensazioni buone e protettive. E se poi un dolore arriva (Fame? Stanchezza di posizione? Paura?) ecco il piacere ritrovato e il conforto assoluto di quelle braccia, di quella pelle.

Le madri nelle sale-parto dovrebbero essere incoraggiate al massimo a garantire ai loro piccoli una tale esperienza – tattile in senso ampio – nei primi istanti di vita, a cordone ancora attaccato perché sia positivo il primo impatto con l’ambiente extrauterino, Così diverso da quello appena lasciato, Altrettanto fondante è l’esperienza di pelle contro pelle: il tepore corporeo rassicura, il gelo (relativo) di una camicina, del piatto della bilancia, della lontananza dal corpo materno respinge e forse spaventa il piccino appena nato. Dobbiamo invece proteggerlo da ogni vissuto di paura, a partire da quelli veicolati dal tatto: un gesto sbrigativo, un urto, un colpo. Tra le braccia materne il bambino mette le basi al proprio benessere, una sorta di alimento affettivo naturale, essenziale quanto i latte e che si ritrova nelle cure parentali di tante specie animali.

Oggi le ricerche etologiche dimostrano fra l’altro che quanto più un cucciolo è stato privato precocemente di tali caldi contatti con il genitore, tanto più gli sarà impossibile dare a sua volta accudimento protettivo ai suoi figli. E per gli umani? Quasi sempre, nella storia di genitori considerati “cattivi” perché trascurati, incapaci, violenti, si riscontrano a monte separazioni brutali, tragici e precoci abbandoni. Per contro ricerche sistematiche condotte nel brefotrofio di via Lóczy di Budapest, (celebre per aver realizzato al proprio interno un livello di cure materne particolarmente raffinato, fondato sul contatto e sul dialogo anche non verbale, come sul rispetto di ogni iniziativa infantile) dimostrano che i “loro” bambini sono divenuti nel tempo, per la quasi totalità, adulti equilibrati e genitori affidabili e premurosi.

Nei primi due anni

I bambini spesso rivelano in modi diversi il piacere di esplorare con il tatto. Teodora di sette mesi, nata dopo sei fratelli e sorelle, è abituata a passare per molte braccia sempre molto tenere, ma quando vede la madre ha visibili reazioni di contentezza e talvolta di pianto che si calma non appena si trova fra le sue braccia. Quando è in braccio a qualcuno, con le manine le piace sfiorare ripetutamente l’abito della persona che la tiene. Strofina anche il viso sulla spalla finché il sonno sopraggiunge.

A Giulia di undici mesi hanno dato una scatola da biscotti son alcune pezzoline diverse. Lei ne sceglie una, la porta al viso, sfiora con essa le guance e il naso, poi la lascia e ne prende un’altra. Fa questo ripetutamente per più giorni. Quando l’interesse sembra diminuire (e il gioco si limita al “dentro e fuori”) la madre cambia le stoffe. Sempre quadratini con differenze tattili accentuate. Lei ricomincia. Con cambi ripetuti, l’esperienza dura circa un mese,

Quando, prima dell’anno il bambino è in grado di star seduto da solo e di cambiare da sé tale posizione, gli si può offrire il Cestino dei tesori, splendida proposta della psicologa inglese Elinor Goldschmied e da lei diffusa nei Nidi di mezza Europa per salvare i piccoli, messi precocemente nelle istituzioni e sommersi dalla plastica, da un pericoloso impoverimento sensoriale.

La proposta si ispira al fatto che le madri un tempo usavano – e forse ancora oggi – dare ai loro piccoli qualche oggetto casalingo da esplorare con le mani e con la Bocca: un cucchiaino, un portauovo, un coperchio, una scatoletta… cose sicure, di materiale diverso, giusto per tenerli quieti, si diceva, ma così facendoli “nutrivano “sul piano sensoriale. Il “cestino dei tesori” raccoglie appunto cose del genere – nessuna di plastica – e risponde di fatto alle prima curiosità dei bambini che, avendo ancora una limitata messa al fuoco visiva, conoscono e riconoscono soprattutto leccando, succhiando, lasciando cadere e afferrando di nuovo. La sensazione epidermica si connette al senso termico proprio dei diversi materiali, al sentire olfattivo, al cogliere forme e colori. Sono esperienze formidabili anche per il bambino che presenta qualche deficit sensoriale, perché in tal modo comincia precocemente a elaborare una compensazione all’eventuale difficoltà nell’integrazione tra i sensi.

Elinor raccomanda anche di alternare agli oggetti casalinghi elementi naturali come un limone, una pigna, una mela ben soda che aggiungono altre sensazioni tattili, olfattive, di peso e di consistenza. Pensiamo ad esempio alla differenza di peso e di Superficie tra un ciottolo di fiume e una pietra pomice.

Verso i tre anni

Quando il bambino cresce, la voglia di conoscere le cose intorno a sé lo mette in contatto con la terra, l’acqua, la sabbia, gli alimenti. Terra e sabbia mescolate all’acqua favoriscono travasi e stradine, mentre con la farina si fanno pizze, biscotti e altre meraviglie. E poi c’è l’acqua con il sapone: schiuma, tepore, frescura: un piacere unico, un diverso sentire sulla pelle, un fare con le mani in verità poco incoraggiato dagli adulti, che però apre la mente del bambino in modo straordinario.

Nel gioco spontaneo egli scopre da sé attraverso i contrasti le qualità delle cose e delle esperienze, come aveva intuito già nell’Ottocento il grande Séguin, medico ed educatore, che mezzo secolo più tardi la Montessori avrebbe studiato con vivo interesse.

Con i contrasti il bambino costruisce l’alfabeto dei primi concetti orientativi della vita quotidiana e del pensiero. Quanto più varie – e ripetute a suo piacere – sono le esperienze, tanto più ricco sarà l’alfabeto delle sensazioni e di conseguenza la comunicazione verbale, richiamandoci al fatto, sottolineato anch’esso dalla Montessori, che non solo ogni cosa ha un nome-cosa che prestissimo il bambino vuole conoscere – ma anche ogni azione ha il verbo corrispondente, se non più d’uno, ogni qualità la sua sfumatura aggettivale.

Giunto ai tre, quattro anni il bambino, con la mente “matematica” già attivissima che possiede, perfeziona il suo grande lavoro: ordina, distingue, classifica. E’ il periodo appassionante della ricerca degli uguali e dei simili. E’ ormai in grado di appaiare e di mettere in gradazione, un lavoro semplice, ma fondamentale che gli consente di affinare le categorie dei concetti acquisiti.

E’ appunto tenendo conto delle abilità del periodo 3-6 anni che la Montessori elaborò, in base a studi e osservazioni dirette, un materiale sensoriale che rispondesse a un tale interesse infantile e che consentisse al bambino un proprio approfondimento personale, secondo sue scelte e tempi personali. Non qualcosa di didattico da mettere in mano all’adulto per insegnare i concetti, ma oggetti destinati ai bambini e dunque semplici nell’uso, anche se preparati con criteri di esattezza scientifica. Un aiuto allo sviluppo sensoriale di ciascuno.

L’evidenza dell’appaiamento e della gradazione è realizzata in questo insieme di oggetti grazie a un criterio basilare: l’isolamento della qualità. I materiali in sé non sono significativi, per esempio: dieci cubi degradanti, tutti rosa, mettono in evidenza la differenza tra grande e piccolo; tavolette di legno tutte eguali e della stessa grandezza, ma di diverso tinteggiatura mettono in evidenza la differenza tra i colori; quadrati di stoffe diverse, tutti 10 x 10 cm, ma uguali due a due, le differenze tattili. Dunque non ci sono pupazzetti o luccichii per attirare il bambino, ma solo interessanti possibilità di esplorazione ed è forse questo il segreto per cui tanti materiali passano di moda o vengono distrutti, mentre questi, dopo un secolo, sono ancora amatissimi nelle “Case dei Bambini”.

Secondo aspetto importante, il controllo dell’errore: tutto il materiale è costruito in modo tale da consentire al bambino stesso anche a soli tre anni, se non prima, la verifica di ciò che ha fatto, liberandolo quindi dal giudizio diretto dell’adulto, sia esso di biasimo o di approvazione.